I Leisure Society potrebbero essere la risposta inglese al nuovo folk americano. Quelli riciclano la loro tradizione folk, il blues e il country e i beach boys, questi invece il folk celtico e la canzone pop britannica, specialmente quella della swinging London più freak, Beatles epoca Sgt. Pepper compresi, e quella sperimentale della Penguin Cafè Orchestra – che ho ascoltato per la prima volta proprio grazie ai LS!
Senza far confronti, che non è cosa simpatica, possiamo garantire l’assoluta qualità delle canzoni di questo disco superpop, Into the Murky Water (Full Time Hobby, 2011), che è tutto un piacere. Perciò vai con il download.
Intanto beccatevi il video anche se non è il pezzo più bello dell'albumo.
Ne ha di carte da giocarsi questo omonimo esordio di Cat’s Eyes. Innanzitutto perché la mente è Faris Badwan, il tipo degli Horrors dalla voce tombale. Secondo perché si è messo accanto una micia che è polistrumentista, canadese, di nome Rachel e cognome Zeffira. Ricordano un po’ il duo Gainsbourg&Birkin, cosa che a livello glam funziona ancora (il Genio docet). Poi mettiamoci il loro famigerato esordio con un live in Vaticano (!!!). Non ce la faranno mai a passare inosservati..
La loro testa è completamente affondata nel più scuro, languido, ma anche ludico, immaginario sixties. Una fantasiosa – e riuscita – ricombinazione di freak beat, pop da batchelor pad music, exotica da spy movie e colonne sonore italiane (Umiliani, Morricone). Per niente fessi.
Ve li ricordate i Go! Team? Io li avevo dimenticati. Poi ho scoperto gli Unknown Mortal Orchestra e ho pensato: "puttanazza, questi sono molto meglio dei Go!Team!". Là il suono era più frantumato e deflagrato, qua c'è la solita estetica lo-fi che se da una parte c'ha pure rottolicojoni come i maglioncini a righe di H&M, dall'altra se usata con dovere piace molto. E' questo il caso, perché qui ci trovi la Motown e gli Sly & Family Stone sotto un sottile strato di carta vetrata col basso funky che pompa e i cori degli angeli del purgatorio. L'album omonimo sta per arrivare, intanto l'ep ve lo potete ciucciare qui
Molti di quelli che seguono questo blog lo sapranno già, a tutti gli altri annunciamo la lieta novella: il nuovo disco di Giorgio Tuma, “In The Morning We’ll Meet”, è pronto e stampato. E’ stato avvistato in Giappone, peccato però che nè il titolare né l’Italia abbia ancora ricevuto le copie. Gli esterofili grideranno che “lì stanno sempre avanti”, i comunistoni si appelleranno al marxismo, perché “l'operaio Tuma è alienato dal prodotto del suo lavoro e produce beni senza che gli appartengano (infatti sono di proprietà del capitalista)”. Come al solito internet mette tutti d’accordo e il disco, infatti, potete ascoltarvelo interamente qui. Noi siamo di parte, si sa. E magari non mi crederete se vi dico che dopo i Jennifer Gentle questa è la roba musicale italiana più fica di cui potreste parlare ai vostri amici stranieri senza vergognarvi. E non solo per le collaborazioni importanti (Susanna di “Susanna & The Magical Orchestra”, Lori Cullen e Michael Andrews, sì proprio quello della colonna sonora di Donnie Darko), per l’etichetta di pubblicazione (l’ormai mitica Elefant di Madrid) o per l’artwork sognante di Michele Galluzzo. Ma per la sua bellezza oggettiva, perché pure se non vi prende il cuore nessuno può affermare che il disco non spacca. A questo proposito sono curioso di vedere cosa ne scriveranno le nostre care riviste musicali. Poi siccome non ci accontentiamo mai, stiamo già aspettando l’ep che uscirà più in là dove pare ci sarà un super pezzo cantato dalla cantante dei Komeda, Lena Karlsson. A buon intenditor…
La gente che esce in massa di domenica non la sopporto. Io volevo solo fare un giro in bici per digerire il polpettone di Brasi, speravo nella solita calma da giorno festivo. E invece fuori erano in migliaia, con centinaia di passeggini, tutti esaltati. Insomma, me ne sono tornato a casa e ho messo su due dischi perfetti per un umore infastidito.
Il primo è Swung From the Branches di Foxes In Fiction, il moniker del canadese Warren Hildebrand. Ventidue tracce piene di luce fioca che girano senza pausa. Ci sono beat sporchi su tappeti ambient, voci campionate, come quella di Bukowski in “8/29/91” e c’è l’eco di Bradford Cox che ogni tanto compare, ben riconoscibile, come in "Bronte Ballons", "New Panic Cure" e la bella "Snow Angels". Poi arriva "15 Ativa (Song for Erika)" e l’inverno diventa quasi sopportabile. In "To Go Home" sembra addirittura di sentire la nostra Matilde nei Girl With The Gun. Insomma, tante cose che abbiamo amato e amiamo tutte insieme.
Col secondo disco le coordinate sonore cambiano virando verso territori black, anche se la matrice ambient è simile. How To Dress Well anche in questo caso nasconde un unico elemento, Tom Krell, un personaggio fosco a cavallo tra Colonia e Brooklyn. Dopo quasi sei anni di materiale sparso e under-undergroung, ha deciso di tirar fuori quest’anno un disco intero, Love Remains, una tisana di allucinazioni ipnagociche o glo-fi, chiamatele come volete, orpellate di melodie R&B e una voce soul con la fissa del falsetto. Un piccolo capolavoro (piccolo perché non voglio sbilanciarmi).
Dovere di menzione per il peso del nome che si portano addosso questi due giganti dell’alternative pop.
Purtroppo anche per Stuart Murdoch e compagni è arrivato il tempo del “manierismo di se stessi” . Write about love (Rough Trade, 2010) è quello che si può aspettare da un nome, quello dei Belle And Sebastian, che è nelle cronache musicali da quasi vent’anni: niente sorprese, solo 11 pop songs che per lo più rientrano nella recente versione dei B&S, quella più “sfrontata” risalente al precedente The Life Pursuit (2006), ma che ogni tanto (come in the Ghost of Rockschool) fanno cenno alla versione 1.0, quella ultratimida magnificamente immortalata con l’indimenticabile The boy with the arab strap (1998).
Discorso analogo per altri giganti dell’indie pop, gli Stereolab, che pare siano ufficialmente al capolinea con questo albumo Not Music (Duophonic, 2010). Si tratta delle rimasuglie del precedente lavoro Chemical Chords (2008).
Da quello che leggo in giro parrebbe un’opera di dignitosissime pere cotte che hanno esaurito tutte le cartucce e che escono di scena senza colpi di teatro. Dispiace ammetterlo, forse è un po' così. Nonostante resti intatta la loro magistrale tecnica compositiva, nonostante conservino il loro istinto sperimentale - ulteriormente teso a scoprire le viscere degli anni Settanta più d’avanguardia -, nonostante la partecipazione di Bradford Cox, non troviamo più la quadratura melodica, il magico incastro che dava l’aura ai loro vecchi puzzle sonori. Eppure la lunga suite stereodelica Silver Sands - quella mixata da Emperor Machine - è qualcosa che vale ancora la pena di essere ascoltato. Eppure li ascolto ancora con gusto.
Ugualmente un inchino a entrambi.
Rico
ps: come video peschiamo un vecchio capolavoro degli stereolabili
In attesa del prossimo album di Tuma, che è inutile dire noi aspettiamo con la curiosità di un bambino, eccovi qui una bellissima anteprima di quello che sarà. Il pezzo si chiama Gorni Koala e fa parte di "altra e tanta" compilation della Elefant Records, la sua gloriosa etichetta. L'unico commento che si può fare è: wow!
Mi erano sfuggiti, gli Smith Westerns, e qualche giorno fa mi ci sono messo all’ascolto con un riprovevole atteggiamento di sufficienza. Ho sbagliato, sine.
Essere originali sappiamo bene che non vuol dire più creare dal nulla, ma trovare nuove combinazioni. Questi ragazzini di Chicago sono un bell'esempio di cose rifatte, ma rifatte bene. Sono i Moldy Peaches che prendono a calci in culo i Los Campesinos e stravolgono i T-Rex. Il nuovo lavoro, a giudicare dal singolone “Weekend” (qui sotto), promette picchi rari di carica melodica e adolescenziale. Intanto se volete scaricare il disco vecchio eccovi il link.
Sono l'unico a sentire il Ryuichi Sakamoto di Furyo dappertutto? Tutta questa caterva di band dai suoni 80's mi sembra davvero troppo prevedibile, con le dovute eccezioni ovviamente, anche se ora non me ne viene in mente nessuna.
La domanda che ci facciamo è sempre la stessa: fra 10 anni cosa ricorderemo di tutto questo? Molto poco probabilmente. Certo è che a star dietro a questi discorsi si finisce col perdere il gusto della musica per la musica e, visto che il chissenefrega è sempre il modo migliore di godersi la vita, chissenefrega se i Wild Nothing fanno musica con lo stampino? Hanno belle melodie e suoni che si intonano con una sala piena di belle squinziette e bei fustini hipster slim leg. Per averne conferma potreste fare un salto sabato prossimo al Covo di Bologna.
Mi piace Robyn, è grave? Me ne sono innamorato vedendola al Letterman Show cantare Dancing On My Own. Quel beat mi è entrato nella testa e sono giorni che ripeto quel passo che fa “I’m in the corner watchin’ you kiss her uh uh uh” e faccio quel movimento con le braccia che mi fa sentire più vicino al suo dolore. Si vede e si sente che soffre veramente. Il tipo è stato crudele con lei e le discoteche sono sempre il posto peggiore dove starsene in un angolo innamorati. Ma non capisco se è proprio bona o lo sembra soltanto. Analizziamo i fatti: è svedese (+3); ha molto molto stile (+2); è molto molto bionda (+1); forse ha dei difetti ai denti, ma è comunque molto tenera quando li fa vedere (+1); forse è più fredda che timida (-1); ha accompagnato in tour i Backstreet Boys (+1); se la intende con i Royksopp (+1); l’ultimo album è diviso in 3 parti (“Body Talk”: un altro pezzo che si incolla come una vetrofania è Hang With Me sul pt.2) e non ci ho capito molto, tranne che le piacciono tanto gli anni ’80 e che il sintetizzatore è il suo miglior amico (-1).
7 è un ottimo punteggio per una con cui non ho mai parlato dei miei problemi di ipocondria e si sia dimostrata comprensiva. Robyn, mi piacerebbe conoscerti meglio.
Quando uscirono i Neptunes quasi litigai con Populous perchè sostenevo che si trattava di un fenomeno passeggero. E al momento di iscrivermi a facebook mi sono dato un nomignolo del cazzo, convinto che il social network non avrebbe avuto futuro. L'estate scorsa, durante un dj set avevo in mente di mettere un pezzo delle Ronettes ma per l'assonanza del nome ho selezionato i Raveonettes, lanciando un pezzo acidissimo e a me sconosciuto (come mai era nel mio hard disk?) nel corso di una selezione doo-wop. “Che è 'sta mmerda?”, fu l'unica cosa che riuscii a dire. Poi a fine anno i Raveonettes hanno tirato fuori questo disco “In and out of control”, Tone mi ha fatto sentire il primo singolo, Bang, gran pezzo, grandi melodie, l'abbiamo passato in radio, ma non ho approfondito il discorso. La scorsa notte mi sono ritrovato nella fase che precede il sonno con le cuffie del lettore che mi canticchiavano tutte le canzoni di questo disco e allora mi son detto, meglio tardi che mai, ci vuol un post. I Raveonettes, il nome lascia qualche dubbio sull'identità sessuale di uno dei membri, l'altra è una gnocca e i suoi gusti sessuali passano in secondo piano, riprendono un po' la lezione di Jesus and Mary Chains, ma in questo disco la declinano in maniera assolutamente pop e sensuale, a volte il languore diventa malinconia eighties, a volte si potrebbe pensare ai Cardigans dell'era rave. I pezzi sono tutti perfetti, per cui fate vostro questo disco e scusate il ritardo!
P.s.: quest'estate, però, non mancheranno the Raveonettes nelle selezioni di Odelay, sentite che bomba questa "Bang"
Di sentire tum tum di batteria, bum bum di bassi, uah uah di chitarre distorte e moah moah di sintetizzatori elettrici a volte non ci si riesce proprio. In una giornata primaverile, con la brezza che entra dalla finestra e il cielo terso e luminoso avremmo piuttosto bisogno di qualcosa di semplice, che non sia triste però, che ci accompagni leggeri verso una goduriosa pennichella pomeridiana. Una roba con voce e chitarra, e basta.
Ho letto da qualche parte che Ariel Pink è una delle cause dell'ondata di suoni sporchi, riverberi e voci senza medi che si trovano negli scaffali indie dei negozi di dischi. Mah. Probabilmente il 90% di quella gente pensa che Ariel Pink sia solo una specie di colorante per capi d'abbigliamento. E anche ad Ariel Pink stesso non gliene può fregar di meno di tutto quel 90%. Quello è un fricchettone che trascorre le giornate a rullare droga e cercare nuovi campi di grano per i suoi trip, figuriamoci. E diciamo la verità, tutto il suo incomprensibile lo-fi non parte mica da un ragionamento a priori. Il ragazzo è uno squattrinato che spende la paghetta della mamma per comprare il fumo e a fine mese non riesce mai a mettere da parte qualche spicciolo per pagarsi una vera sala di registrazione. Insomma, con un quattro tracce si può fare tutto in camera senza nessuno che ti riempie la testa di stronzate tecniche e rompe le palle perché non vuole che si fumi davanti ai microfoni nuovi. Quello se ne stava a casa sua, tranquillo, a fare i suoi esperimenti allucinati e un bel giorno arrivarono gli Animal Collective a sputtanarlo in giro. Insomma, che modi sono? Poi c'ha preso gusto, è ovvio, ma ha continuato a fare lo psych-freak di 'sto cazzo, anche se con un talento fuori discussione. Ora, gli Animal Collective sono diventati dei ricconi e lui probabilmente ha iniziato a rosicare. Per non parlare del suo pusher che è stanco di fargli credito ed è pronto a spaccargli il quattro tracce in men che non si dica. Col la 4AD può finalmente vendere più dischi di Bob Corn ed è quasi pronto il nuovo "Before Today", registrato finalmente senza tutti quei ronzii che facevano venire gli acufeni. Con un singolo gustoso come "Round And Round" gliel'ha fatta vedere proprio a tutti quanti. Ironia della sorte: lo troverete proprio nei reparti indie.
Se Devendra Banhart vi divide perché amate quello che fa ma non come lo fa, c’è qualcuno che fa quelle cose ma senza la furbizia del hijo de puta più paracool dell’indie pop. Josh Rouse esiste da molti anni ma non mi pare che esca sulle copertine dei magazine. È un cantautore americano che ora vive a Valencia e si è fatto permeare dai suoni iberici. Fa una specie di pop folk arricchito da arrangiamenti di tipo bacharachiano, ora anche ispirato a Paul Simon, ma col santino di Nick Drake sempre in tasca. Questo suo ultimo El Tourista è primaverile e mediterraneo. Come se fosse stato concepito su un lungomare dove passeggiano inglesi americani italiani spagnoli caraibici e brasiliani. Un buon disco per aprile. Buon download!
Al suo esordio si disse che James Pants giocava a fare il nero. Ma quanti neri conoscete che fanno new wave? Ecco. Perché nonostante la relazione stabile con la Stone Throw e i suoi amicicci Madlib, Dum Funk e Dudley Perkins, James rimane comunque un fottuto bianco fottutamente attratto dall’hip hop. Il nostro viso pallido però pare averlo capito. L’ultimo “Seven Seals” (2009) è più new wave e meno black. O meglio: meno nero e più scuro. Perché, per dirla tutta, a tratti sembra Ian Curtis prodotto dagli Stereolab durante un periodo di fissa per un disco lo-fi dei Tortoise. Mi sembra di aver detto tutto.
Febbraio ci ha portato un bel pacco di dischi rwack tutti da scaricare. Un titolo interessante è Measure di Field Music, formazione che uscì nel 2005 in contemporanea con i vicini di casa Maximo Park e Futureheads, con cui condivideva alcuni elementi, ma non certo l’attitudine né la celebrità. Uscirono in sordina allora e lo sono grosso modo rimasti, diventando automaticamente una band feticcio per soli intenditori. Terzo album per loro, un lavoraccio di 20 brani limati con gli scalpellini, le squadre e i goniometri del mestiere. Uno zibaldone di rock in varie salse che per lo più va a lambire i gironi colti del soft rock: dal prog a Canterbury, dalla psichedelia al folk elettrico all’avant pop. Cose molto sciccose. E loro, questo non si discute, sono dei maestri. Dei cazzo di ingegneri che progettano strutture complesse ricche di stili diversi ma dall’impatto architettonico perfettamente integrato. Forse il titolo Measure si riferisce a questo eccesso di cura geometrica, che non manca di inconvenienti. Il disco mi sembra infatti soffrire dei problemi comuni a molte opere di scienza che, tra ragione e passione, tendono più alla prima: da un lato la cura del dettaglio rischia di far perdere di vista l’effetto d’insieme, dall’altro il rigore intellettuale, nel non voler fare facili concessioni a chi sorbisce il pezzo, rischia di non far mai godere. Quando t’illudi che la melodia stia per aprirsi e lacerarti finalmente il cuore, niente da fare, si ritorna subito a penare con la prosa scientifica. Resta un disco comunque complesso e da scoprire in tutta la sua eleganza. E non vi aspettate di capirlo al primo giro di media player. Per quello vi suggeriremo i willowz poi!
Al primo posto della chart di Brasi troviamo Corinne Bailey Rae con il suo nuovo disco The Sea. La ragazza sembra essere uscita alla grande dall'esperienza dolorosissima della perdita del marito per overdose e questo lavoro sembra scritto e registrato in stato di grazia. I'd do it all again, il primo singolo è uno di quei brani che colpiscono al primo ascolto, così naturalmente bello che quasi non hai voglia di sentire il resto. Sorrendo le tracce troviamo alternate suggestioni cantautorali a virate rock, a ballate piene di soul in cui la voce sottile e allo stesso tempo potente della cantante si appoggia su semitoni e note blu che creano sospensione e spiazzano (si pensa a Roberta Flack, ma anche a Joan as a Policewoman). Curiosamente alla produzione, che è di Steve Brown e Steve Chrisanthou, collaborano anche James Poyser e ?uestlove che firmano il pezzo più rock dell'album, The blackest Lily.
Gil Scott-Heron torna con un disco in studio dopo 16 anni. La sua storia si è arricchita di pagine dolorose, la detenzione per droga e violenze domestiche, ma la sua ars poetica è intatta e torna a vibrare negli spoken-word recitati sulle basi di Kanye West. Dall'altra parte, quando intona il canto, la voce gli diventa aspra, un urlo strozzato e dannatamente blues, quello che il nostro emette ricantando brani di Robert Johnson, Bill Callahan, Brook Benton. Sembra quasi che la possibilità di cantare con l'anima si sia dissolta in questo scorcio di ventunesimo secolo. Ad ogni modo ci sono dischi, come questo, che non contano tanto per il singolo arrangiamento o per il singolo verso, ma dimostrano il loro valore nell'architettura complessiva e nel riaffermarsi della forte personalità dell'autore. Un gioiello il video che ho postato qui sotto.
Di sicuro il disco di NNeka, Concrete Jungle, è quello che vale di meno tra i tre. C'è la Okayplayer di ?uestlove che lo sta spingendo tantissimo, ma nè la gran voce della cantante nigeriana nè il fantasma dell'Africa che riemerge in certi arrangiamenti riescono a coprire le falle di una produzione opaca e per nulla all'altezza delle belle parole con cui viene promosso il disco.
Infine il 30 di marzo è la data indicata per l'uscita del nuovo album di Erykah Badu, New Amerykah part II: the return of the Ankh. Per ora sono girati due pezzi niente male su internet, uno dei quali, "Window Seat" è accreditato come primo singolo ufficiale. Se dovesse confermarsi la formula del precedente (e i produttori sono i medesimi, Madlib, J Dilla, Sa-ra. ecc.) c'è da aspettarsi un disco che spacca il culo!
Molti lo sanno già, gli altri lo scopriranno dopo i due punti: è morto Jay Reatard. Molti lo conoscevano già, gli altri riapriranno i due punti e si chiederanno: “e chi cazzo è?”.
Jay Reatard era il cantante dei The Reatards, meglio conosiuti come Jay Reatard. Jay era uno dei personaggi di punta della nuova scena garage punk mondiale. A 15 anni mentre noi passavamo le serate ad imparare la melodia di Come As You Are dei Nirvana su una chitarra classica comprata all’emporio, lui era già in giro per i locali di Memphis, strappato alla famiglia da Goner Records e In The Red, etichette ormai storiche del rock’n’roll da cantina made in Usa. Alcuni forse ricordano i Lost Sounds. MMM. MMM. Va bene, cliccate qui che vi ho linkati al myspace. Comunque, Jay era anche nei Lost Sounds. Era un po’ dappertutto insomma, solo che come avrete capito non gli piaceva troppo farsi notare, aspettava. E mentre aspettava arrivò la Matador, l’etichetta di Yo La Tengo, Sleater-Kinney, Soft Boys e altri nomi da rivista musicale di successo. Proprio del 2009 è il suo ultimo Watch Me Fall, suggello alla sua gavetta da indipendente. Aveva trent’anni, credo, anno più anno meno. Era comunque molto giovane, giovane come lo siamo noi, anzi di più. Era giovane come molti di noi vorrebbero essere. Aveva quell’energia di chi riesce a bruciare le tappe fino a ricominciare da capo e bruciarle ancora, reincarnandosi più volte nel corso di un’unica vita come un’araba fenice. E’ stato trovato morto nel suo appartamento alle 3 di notte. Cause sconosciute: così recitano le cronache. Jay Reatard non era il mio mito e forse non lo sarebbe mai diventato. Rientra però in quella categoria di persone che riescono a cambiare la vita a tante altre persone solo grazie alla musica, evolvendosi in esempi culturali per intere generazioni. Forse Jay non era il genio che ora molti ci vorranno far credere speculando sulla sua tomba (si dice sia già pronto l’album a cui stava lavorando). Ma chi muore precocemente lascia sempre la sua opera a libera interpretazione, come un romanzo aperto, come un accordo semidiminuito alla fine di un pezzo jazz. Per noi deciderà qualcun altro probabilmente. Forse la sua intenzione era fregarci tutti, forse c’è riuscito. Ma era d’obbligo ringraziarlo perché anche nel caso non fosse stato un grande artista è stato di certo un grande giovane.
"Il 90% dell’arte nasce dal dolore": devo averlo letto da qualche parte su wikipedia. Povero Adamo però, la tua Eva ti ha lasciato, il tuo amore se n'è andato. Hai il cuore spezzato, amico mio, ma cosa vuoi che ne capisca lei? Tu hai talento, sembri pure simpatico e a 28 anni hai già sei dischi da mostrare a tutte quelle che verranno da qui in avanti. Lasciala perdere, Adam, senti a me. Non piangere, “Minor Love” ci piace, noi ti vogliamo bene. Eppoi troppa felicità alla lunga stanca, no?, e un po’ di depre è ciò che ci vuole per ripartire. L’avessi io la tua tristezza avrei al massimo cambiato lavoro, tu invece ne hai fatto un disco. Di che cazzo ti lamenti!?