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sabato 4 giugno 2011

Odeliani reduci dal Primavera Sound Festival parte 2

Mentre mi ripulisco le orecchie da tutto quell'indie con il rocksteady dei Paragons, provo a rispondere a quel fetente di Rico, con cui a Barca ho condiviso la filosofia dello slow-fest. Nel senso che abbiamo preferito la qualità alla quantità e le pause di riflessione (roooooonff) tra un concerto e l'altro piuttosto che correre contro il tempo per vedere tutto.
Di questo Primavera sound mi rimarranno i panini al prosciutto cotto (spero che lo fosse) del paki, la birra a 1 euro e 50 comprata fuori e consumata fuori del park, il mare chiuso tra colate di cemento e le migliaia di hipster con cui non ho scambiato nemmeno una parola. E dire che fuori c'era anche una città, ma chi se n'è accorto. Ok, la smetto di fare l'adrianocelentano, però è vero che l'idea di festival tutto prati, venditori di perline colorate e tipe strafatte che si spogliano e te la tirano addosso è lontanissima. E' stato il festival del polically correct e del marketing, e lo scatolone di scarpe Adidas lo spiega chiaramente.

Per quanto riguarda la musica, bisogna ammettere che la maggior parte degli artisiti si è esibito in performance superiori a quelle dei tour (alcuni li avevo già visti e ho potuto fare il confronto), si vede che ci tenevano a fare bella figura. James Blake si è confermato bravissimo, il più fresco e in forma, non per quanto riguarda il dubstep, ovviamente, ma il pop; gli Animal Collective hanno fatto del loro meglio per rovinare la festa ai fan dell'ultima ora, suonando solo due pezzi dell'ultimo disco (fatto bene!); Caribou s'è meritato l'ovazione, gli Interpol i fischi e le band storiche l'affetto dei fan (ma ci hanno dato dentro, eh, parlo almeno dei Pere Ubu e degli Swans).

Concludendo come in un temino delle medie, ci aspettiamo, per il futuro, un festival più a misura d'uomo.

brasi

giovedì 14 aprile 2011

Scaricare: Tomboy di Panda Bear

Possiamo dire con buona approssimazione che Noah Lennox è il più influente music maker di questi ultimi anni. L’importanza dell’Animal Collective, il progetto più noto in cui milita, è ormai più o meno riconosciuta ovunque e lui ne è chiaramente il cardine. Lo si intuisce dal fatto che Panda Bear, che è l’altra sua personale creatura, ci suona molto simile, anche se meno in maniera meno grandiosa.
Noah Lennox tende sempre al trascendentale, vuole fare metafisica con la musica. A quello servono i suoi lunghi riverberi, i bassi atomici, i synth fuzzosi i fasci di voci stratificate, nenie, lamenti, mantra che non sai da dove arrivino, se dallo spazio, dall’anima, dall' oltretomba, dal centro della terra, dagli abissi del
mare. Una metafisica ancestrale e insieme futuribile, una specie di affresco del pianeta dopo l’ultima devastazione aliena. Una rivisitazione tecnologica delle visioni psichedeliche di Brian Wilson, il suo nonno putativo, con cui condivide una sorta di ossessione per l’oceano.
Tomboy è il quarto disco da Panda Bear. Chi è già abituato al suo linguaggio ci troverà l’ennesima conferma senza più soprese. Al neofita, invece, si aprirà un mondo delle meraviglie tutto da eplorare.

rico