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domenica 5 giugno 2011

Odeleiani reduci dal Primavera Sound / parte 3

Ho macinato un sacco di chilometri fra un palco e l’altro, ho avuto attimi di tachicardia per l’ansia di perdere tempo e capogiri fortissimi per la stanchezza provocatami dalla tachicardia. Ho avuto fame, sete, mal di schiena e piedi e ascelle puzzolenti, ho mangiato lo stesso panino per 5 giorni e ho dormito con due trattori in moto. Ma al Primavera Sound ci tornerei domani stesso.

Ed è vero c’erano un sacco di hipster, ma erano pure 140mila. Voglio dire, erano tanti, ma tutti uguali. Tutti coi capelli lisci, vestiti con qualche tipo di risvolto e giramondo con un inglese perfetto. Ma immaginate la frustrazione di uno che si sente fico e si ritrova con altri 139.999 proprio come lui. Allora io ero felice perché mi sentivo brutto, sporco e cattivo. E coi capelli ricci. Diverso insomma (per dirla alla Vendola). Come diverso era quel tipo che prima del concerto dei Battles in ginocchio proprio dietro di noi ha tirato fuori il coso con nonchalance pisciando dentro un bicchiere di birra (dopo poco è scoppiata una rissa, magari le cose erano correlate…). O quello che per ore ha invocato un panino come un cane affamato fino a ritrovarselo nello zaino quand’era già in aeroporto (Rico).
Comunque più di tutto ero felice perché c’era la musica, tanta musica. Talmente tanta che ho vaghi ricordi, ma sono certo che Fleet Foxes, James Blake, Deerhunter e Twin Shadow mi sono piaciuti più del resto. E ancora Seefeel, Kurt Vile, Big Boi, Swans, Yuck e Cloud Nothings.
Ed ero triste perché mi aspettavo più gadget, chessò, flaconcini d’acqua da 10 cl, penne, salviettine o bhò. Invece ci hanno riempiti di caramelle alla menta che non sono servite a niente, visto che, come ha già detto Brasi, siamo stati muti. Ma a buon intenditor...

Tone

p.s. Appena tornato ho visto Toro Y Moi all’Hana-Bi di Marina di Ravenna. Fa parte comunque del mio Primavera Sound e lo pongo fra le cose viste più belle.

sabato 4 giugno 2011

Odeliani reduci dal Primavera Sound Festival parte 2

Mentre mi ripulisco le orecchie da tutto quell'indie con il rocksteady dei Paragons, provo a rispondere a quel fetente di Rico, con cui a Barca ho condiviso la filosofia dello slow-fest. Nel senso che abbiamo preferito la qualità alla quantità e le pause di riflessione (roooooonff) tra un concerto e l'altro piuttosto che correre contro il tempo per vedere tutto.
Di questo Primavera sound mi rimarranno i panini al prosciutto cotto (spero che lo fosse) del paki, la birra a 1 euro e 50 comprata fuori e consumata fuori del park, il mare chiuso tra colate di cemento e le migliaia di hipster con cui non ho scambiato nemmeno una parola. E dire che fuori c'era anche una città, ma chi se n'è accorto. Ok, la smetto di fare l'adrianocelentano, però è vero che l'idea di festival tutto prati, venditori di perline colorate e tipe strafatte che si spogliano e te la tirano addosso è lontanissima. E' stato il festival del polically correct e del marketing, e lo scatolone di scarpe Adidas lo spiega chiaramente.

Per quanto riguarda la musica, bisogna ammettere che la maggior parte degli artisiti si è esibito in performance superiori a quelle dei tour (alcuni li avevo già visti e ho potuto fare il confronto), si vede che ci tenevano a fare bella figura. James Blake si è confermato bravissimo, il più fresco e in forma, non per quanto riguarda il dubstep, ovviamente, ma il pop; gli Animal Collective hanno fatto del loro meglio per rovinare la festa ai fan dell'ultima ora, suonando solo due pezzi dell'ultimo disco (fatto bene!); Caribou s'è meritato l'ovazione, gli Interpol i fischi e le band storiche l'affetto dei fan (ma ci hanno dato dentro, eh, parlo almeno dei Pere Ubu e degli Swans).

Concludendo come in un temino delle medie, ci aspettiamo, per il futuro, un festival più a misura d'uomo.

brasi

venerdì 3 giugno 2011

Odeliani reduci dal Primavera Sound Festival


Difficile riprendere a parlare di musica, suonare, andare ai concerti, organizzarne dopo essere stati al Primavera Sound. E’ una cosa così grande che da una parte ti ricordi di essere la merdina che sei, dall’altra però ti bombarda tanto di stimoli che alla fine ti si riattivano le sinapsi. Perciò non ve la prendete se qui o su feisbook scioriniamo le nostre esperienze di decine di live visti nell’arco di tre giorni.
L’altro giorno hanno pubblicato i numeri: 140mila presenze circa (tutta gente che ha sborsato dal bigliettone verde al giallo, mica la Notte della Taranta che è gratis!); circa 270 live divisi su sette palconi enormi, oltre ad altri ministage e all’Auditorium. Tra un palco e l’altro 400-500 m di distanza e se considerate che uno si spara almeno 10 spostamenti al giorno 5 km di spola sono inevitabili. Un massacro. Se poi consideri che il fruitore medio del Primavera Sound è un famelico divoratore di indie – nonché hipster bello/a stilossissimo/a dalle gambe magre, asociale –, gli spostamenti diventano 30 al giorno e i km percorsi 15. Una specie di tortura. D’altra parte è facile che scatti la sindrome da figurine Panini, a chi ne ha di più e con maggior punteggio.
Per esempio un Belle and Sebastian vale tanto, come Mogway, come anche Flaming Lips (in foto), non fosse che per lo spettacolo di bolle e palloncini con tanto di Wayne Coyne che cammina sul pubblico chiuso in una bolla gigante di plastica.
Noi di Odelay assegniamo il maggior punteggio al live dei Fleet Foxes (sublime) e qualcuno di noi dà il massimo a Sufjan Stevens, a cui il PS ha riservato l’Auditorium con prenotazione, vista l’eccezionalità dell’ospite. Altre rivelazioni eccellenti sono state James Blake (trooppo futuristico), i Battles (futuristici pure loro), i vecchi Swans in ottima forma, Big Boi e la lista è ancora lunga. Molto lunga. E infatti mi sono rotto e spero che prendano la palla gli altri due schifosi di questo blog per raccontarvi il loro Primavera Sound, questo festival che racchiude tutta la best new music degli ultimi anni e si candida di diritto a miglior festival indie d’Europa… forse del mondo. A presto.

Rico

lunedì 23 maggio 2011

Primavera Sound. Il festival di musica indie più importante del mondo. Vi faremo sapere


Non tutti, nel mondo, hanno la possibilità di vivere appieno la musica “dal vivo”. Ad esempio quelli del sud Italia sono sicuramente molto sfigati da questo punto di vista. C’è però la possibilità di godersi il meglio (il meglio secondo noi) della musica più à la page tutto in una volta, con una grande, nauseabonda, scorpacciata di live. La soluzione si chiama Primavera Sound. Prenoti l’aereo per Barcellona e l’abbonamento del festival per tempo e con una cifra decente ti fai un up-to-grade completo, così puoi anche vantarti con gli amici di essere al passo pur vivendo nel buco di culo del Tacco d’Italia.
Puoi stare certo infatti di trovarci almeno 9 su 10 dei nomi più “indie” e più “intelligent” degli ultimi due o tre anni, e anche qualche vecchio dinosauro del passato. Tipo, tutte le cose internazionali che vi suggeriamo su questo blog fetente le potete vedere al Primavera Sound.
È inutile stare a fare troppi nomi, innanzitutto perché li trovate tutti qui e poi perché sono circa centocinquanta e tutti pezzi grossi. Il più fesso di questi fa sold out da qualche parte. Citiamo qui solo alcuni quelli che fanno sold out OVUNQUE: Belle and Sebastian, Animal Collective, Fleet Foxes, Flaming Lips, Sufjan Stevens, Ariel Pink, Deerhunter, James Blake, PJ Harvey. Pulp. Paura no? La rappresentanza italiana è affidata solo a A Classic Education. Uno su 150, poteva andare peggio.
Odelay dunque vi saluta per qualche giorno perché andiamo a vedere che roba è, col timore di non voler tornare più a casa, o al contrario di tornarci nauseati da tanta indietudine.

Rico