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giovedì 14 aprile 2011

Scaricare: Tomboy di Panda Bear

Possiamo dire con buona approssimazione che Noah Lennox è il più influente music maker di questi ultimi anni. L’importanza dell’Animal Collective, il progetto più noto in cui milita, è ormai più o meno riconosciuta ovunque e lui ne è chiaramente il cardine. Lo si intuisce dal fatto che Panda Bear, che è l’altra sua personale creatura, ci suona molto simile, anche se meno in maniera meno grandiosa.
Noah Lennox tende sempre al trascendentale, vuole fare metafisica con la musica. A quello servono i suoi lunghi riverberi, i bassi atomici, i synth fuzzosi i fasci di voci stratificate, nenie, lamenti, mantra che non sai da dove arrivino, se dallo spazio, dall’anima, dall' oltretomba, dal centro della terra, dagli abissi del
mare. Una metafisica ancestrale e insieme futuribile, una specie di affresco del pianeta dopo l’ultima devastazione aliena. Una rivisitazione tecnologica delle visioni psichedeliche di Brian Wilson, il suo nonno putativo, con cui condivide una sorta di ossessione per l’oceano.
Tomboy è il quarto disco da Panda Bear. Chi è già abituato al suo linguaggio ci troverà l’ennesima conferma senza più soprese. Al neofita, invece, si aprirà un mondo delle meraviglie tutto da eplorare.

rico

martedì 15 febbraio 2011

Scaricare: Underneath the Pine di Toro Y Moi

Disco pieno di sostanza questo Underneath the Pine (Carpark, 2011) di Toro Y Moi, di quelli che pescano dall’enciclopedia della popular music, tomi ’60 e ’70. Patinatura vintage ma sensibilità di fine anni Duemila.
Il talentuoso meticcio del South Carolina, che, ricordiamo, viene da un genere elettronico chiamato dai giornalisti chillwave, sterza forte rispetto al recente passato e si avvicina ai compari più bravi e à la page del momento. Non ci vuole molto a capire, infatti, come questo nuovo albumo sia imparentato con le recenti uscite "dream/psycho + qualcos’altro" tipiche dei sempre citati Ariel Pink o anche Tame Impala o Atlas Sound che hanno fatto il suono del 2010. Il qualcos’altro per Toro y Moi sono i Seventies nel loro mood più cupo, metropolitano, quelli con il basso protagonista, ma riletti con voce sommessa, sdruciti e slavati come si usa oggi.
C’è del soft pop, elementi di kraut rock, soul bianco, la disco, il jazz/funk e persino la fusion. OMG, detto così potrebbero anche essere i Jamiroquai! Ma no, tranquilli, tutt'al più immaginate un loro cuginetto timido e taciturno, che si è fregato gli anni della spensieratezza con gli Stereolab e che spera di non incontrare mai i figli fighi dello zio stronzo arricchito.
Seek and download.

Rico

lunedì 8 novembre 2010

Un libro ogni tanto: Diari della bicicletta

Se molti perdono l'equilibrio una volta raggiunta la mezza età, si può proprio dire che David Byrne se la cava molto bene, in bici e anche senza bici. Non aspettatevi letteratura di viaggio, non nel senso convenzionale dell'espressione da questo testo. Vi troverete piuttosto considerazioni assennatissime sugli spazi urbani, sul modo di rivederli e riprogettarli perchè diventino più funzionali e meno congestionati, proprio grazie all'abbandono delle auto in favore delle biciclette. Niente critiche bacchettone, solo una visione più lungimirante delle città. Ma quello che dapprima stordirà, poi delizierà il lettore sono le miriadi di digressioni che l'ex Talking Heads pianterà nel mezzo del racconto di una sbrigativa gitarella con la sua bici pieghevole a downtown, discorsi che hanno a che fare con la musica, con l'arte, con la politica, con la sociologia e con mille altri aspetti dell'umano vivere. A Istanbul c'è un gruppo di amici nei guai con l'establishment locale che li ostacola nell'organizzazione di un rave-party, a Berlino si respira un'aria frizzante per via del fervore culturale di una città risorta dalle sue ceneri, a Sidney si prova stupore e paura a causa delle minacce dell'infame fauna locale, a Buenos Aires si parla al contrario e a New York si vive la normalità di un black out. Solo nel finale c'è qualche consiglio per la manutenzione della bici e la sicurezza del ciclista e in appendice si possono ammirare i progetti di fantasiose rastrelliere disegnate dall'artista. A cui una cosa soltanto non è riuscita: convincere sua figlia ad andare in bici!

brasi

sabato 30 ottobre 2010

Un libro ogni tanto: GENERAZIONE A

“Volevamo tutti che tornassero le api, ma nel profondo del cuore nessuno pensava che ce le meritassimo; ed ecco che io ne avevo appena ammazzata una”.
Diana

Einstein disse che se le api scomparissero alla terra rimarrebbero qualcosa come quattro anni di vita. Niente impollinazione, niente flora, niente frutta, niente più niente. Qualcuno vorrebbe contraddirlo? Non credo.
In Generazione A di Douglas Coupland le api hanno mandato a cacare il mondo e gli uomini. Un mondo schiavo di computer e palmari, asfissiato dalle informazioni e con una costante paura per il futuro. Se non fosse per le api che ancora ci ronzano attorno sembrerebbe davvero il nostro mondo, quello attuale. Un posto – quello del libro - in cui dal biologico si è passati all’artificiale e si mangiano mele croccanti al sapore di mela. Un tempo in cui domina il Solon, un farmaco crono-repressivo, che aiuta ad accettare la solitudine e modifica la percezione del tempo, facendolo scorrere più velocemente.
Un giorno però le api ricompaiono, cinque precisamente, e pungono altrettanti individui sparsi per il mondo. Zack, un coltivatore di mais americano, Julien, un nerd parigino fissato con World of Warcraft, Samantha, una neo-zelandese in crisi d’identità, Diana, una canadese pseudo-fanatica-religiosa affetta dalla sindrome di Tourette, e Harj, un centralinista dello Sri Lanka che parla come un centralinista e ha perso la famiglia per uno tsunami.
Ma perché proprio loro?

In Generazione X Coupland voleva raccontare i suoi anni novanta. Letto da un italiano quel libro oggi sembra descrivere perfettamente quello che stiamo vivendo noi seppur nel 2010. Un monumento generazionale che vi consiglio di comprare subito, se non l’avete ancora fatto.
In Generazione A i tempi sono ovviamente cambiati. Sono arrivati i social network e le relazioni virtuali sono diventate morbose, una droga dalla quale quasi tutti siamo ormai dipendenti. L’unica cosa che può salvarci sono le storie, con la loro forza di avvicinare, dare ordine e senso a delle vite che nonostante tutto hanno ancora tanta roba in comune. E raccontarcele è l’unico modo per scoprire cosa, come e perché.


Tone

mercoledì 1 settembre 2010

Nel limbo settembrino con i Coral


Dovevamo passarvelo già prima dell’estate, ma forse Butterfly House è meglio tirarlo fuori ora, in questo limbo stagionale in cui le spiagge sono solo dei posacenere da dehors con un po’ di gente dentro.
Settembre è un po’ morire, ma è meglio morire dolcemente, no? Per questo, i Coral. Dodici tracce che confermano e perfezionano il loro pop folk dalle tinte psichedeliche e cinematiche, sixties per vocazione e non per nostalgia. Ci hanno abituato ad album imperlati di pezzi magnifici, e anche stavolta non stupiscono ma regalano ancora grandi melodie e tante cupe suggestioni.
Evidenziamo: la vibrante More tha a Lover; Sandhills, con classico motivetto corallino (loro marchio di fabbrica, ricordate In the Morning?); la drammatica e “corale” titletrack Butterfly House; la scurissima She is Coming Around; il singolo 1000 years che vi postiamo qui sotto. Si confermano una delle migliori band degli anni Zero, immeritatamente sottovalutati in favore di cugini british come Editors, Bloc Party o Fratellis vari, per esempio. Pensa che una volta andai a Ferrara apposta per i Coral e me li persi perché arrivai tardi. Ma il guaio non sarebbe successo se non fossero stati “il gruppo spalla” degli Arctic Monkeys dei quali non mi fregava una minkias. Ingiustizie che creano altre ingiustizie… come è giusto che sia nello star system della musica pop.

Rico
ps: nella versione che mi hanno scaricato le tracce sono 18! Cercatevela, perchè non potete assolutamente perdervi quel pezzo che si chiama Another Way, senza il solito James Skelly ma con un'altra voce efebica che piacerà molto ai fan di Panda Bear


martedì 13 luglio 2010

Non ti vergognare mai di fare hip hop: Flying Lotus

Che senso ha scrivere della musica che ci piace e non parlare di noi stessi? Oggi Rico mi ha chiesto per l'ennesima volta di fare un pezzo su Flying Lotus. Una volta Rico, fresco di laurea mise un annuncio per dare ripetizioni. Lui voleva svecchiare la pratica delle lezioni private e scrisse “Si danno lezioni a ritmo di hip hop e rock”. Il telefono squillò e dall'altra parte il giovanotto chiese “Sei tu che dai ripetizioni?” “Sì, certo” rispose il nostro, preparandosi al primo compenso della sua carriera. “No ti ndi scorni ffaci hip hop (Non ti vergogni a fare hip hop)”, soggiunse l'adolescente insolente. Se c'è uno che non si vergogna a fare hip hop e che non smette di dire che la sua principale fonte di ispirazione è J Dilla, questo è Flying Lotus. Eppure le cose sono cambiate da Los Angeles o da Reset, i suoi primi lavori. In Cosmogramma l'arte si è affinata, i mezzi a disposizione sono migliori e la consapevolezza delle proprie capacità è maggiore. Per cui ci troviamo ancora dei pezzi dai ritmi sincopati e dalle melodie decostruite, ma sono mescolati a canzoni e a composizioni complesse negli arrangiamenti ed evolute nello stile. C'è il pezzo tecno con Thom Yorke, c'è il brano r'n'b, German Haircut e quello house, Do the astral plane, con l'ampio respiro degli archi e non ci dimentichiamo delle svisature free jazz di Arkestra; dulcis in fundo un bel match di ping pong a fare da tappeto ritmico in Tennis Table, con Laura Darlington. Credo proprio che J Dilla approverebbe.

p.s.: oggi sono andato a trovare il mio vecchio spacciatore di mixtape e l'ho fatto felice comprando da lui il disco dei Black Star, una delle mie prime recensioni su questo blog.


Brasi


lunedì 21 giugno 2010

Brasi la blecche! The Roots back to new

Uno dei dischi fondamentali della mia vita è Things fall apart dei Roots. Quando uscì non avevo nemmeno vent'anni e fino a quel momento avevo ascoltato solo hip hop e qualche cantautore italiano. Un giorno al mare mi presentarono questo tipo che faceva discorsi strani, mi parlava di musica elettronica realizzata campionando i rumori prodotti dallo stomaco dei gamberetti e di come la drum'n'bass fosse bella, sì, ma ormai fuori tempo massimo (era solo il 1999 belli!). Gli dissi che mi piaceva il rap e lui mi rispose "Grandi i Roots!" e io che avevo comprato il disco, ma l'avevo ascoltato solo superficialmente replicai "Eh, sì grandi!". Poi arrivò l'autunno, avevamo entrambi finito la scuola e c'era tempo prima che cominciasse l'università. Cominciai ad andare a casa sua e mi fece vedere e ascoltare, ma non toccare, guai!, la sua smisurata collezione di dischi e allora arrivarono gli ostici Authecre, il genio dei Tortoise e persino i giovani cantautori d'oltreoceano, ovviamente parlo di Elliott Smith. Quando qualcuno cominciò a parlare di indierock italiano, noi eravamo già sulla nostra torretta a guardare 'sto sfigato dall'alto verso il basso. Nel frattempo quel disco dei Roots l'ho consumato a furia d'ascoltarlo ed ha rappresentato la linea d'ombra rispetto alla mia maturità musicale.
Ora il gruppo di Filadelfia ritorna, dopo più di 10 anni e risultati alterni, ma mai così alti - l'unico disco interessante di questo periodo, per me, è Game Theory -, con un'opera che sembra riprendere sonorità e concept di quel disco, adeguati alle esperienze fatte e degni della raggiunta maturità. I Roots, come me, si sono dati all'indie nella sua versione folk, per cui non sembrino strane la collaborazione con Jim James dei My Morning Jacket e il campionamento della voce di Joanna Newsom, che si inseriscono su beat scolpiti dalla batteria di ?uestlove e dipinti del jazz dei piano rhodes che fanno tanto Roots prima maniera. How i got over verrà pubblicato domani: i più scaltri, come me, lo trovano già su Internet; i meno cialtroni, come me, compreranno il vinile, magari da un sito inglese come cdwow, play.com o l'indipendente Norman Records, che fanno prezzi davvero competitivi.

P.s.: il tipo di cui parlavo si chiama Andrea, o anche Populous

Brasi

domenica 25 aprile 2010

SOtto osservazione: Samuel Katarro

Abbiamo già parlato qui di questo fusoide e continuiamo a tenerlo sotto osservazione con massima attenzione perché qui siamo certi che ne uscirà un mostro, vista anche la sua giovane età – e vista la sua instabilità!
Lo avevamo visto voce e chitarra e già mostrava tutto il suo potenziale di “fuoritudine”, nel senso che proprio si vede che questo sta da un’altra parte. La scioltezza nel cambiare chitarre e registri e nell’uso pazzesco della voce già parlava chiaro sul fatto che non ci fa ma ci è. Tutto confermato nel secondo disco appena uscito, The Halfduck Mystery, che si può ascoltare su Rockit in questi giorni, dove potete anche leggere una recenza soddisfacente.
Samuel Katarro ci mette tutto quello che gli passa per la testa ed è evidente che quello che gli passa per la testa sono dei viaggi allucinanti. Verrebbe da chiedersi che razza di adolescenza trumatica si sia fatto il piccolo Alberto Mariotti (questo il nome vero) . Perché è chiaro che i suoi idoli di gioventù non sono i Nofx, che la sua cameretta non ha mai visto un poster per Fat Mike o Billie Joe Armstrong… tutt’al più Les Claypool e Mike Patton, se proprio vogliamo pensarlo come un bimbo più o meno normale. Quel che è certo è che oggi si riconoscerà nelle leggende più schizoidi del rock meno convenzionale di sempre: Syd barrett, David Thomas, Tim e Jeff Buckley su tutti.
Intanto gli orizzonti si allargano. Dal quel blues folk sbiellato di un anno fa Katarro alza il tiro della composizione e degli arrangiamenti, tutti egregi. La psichedelia era lì ad attenderlo e lui ha obbedito alla chiamata.
Nel disco, tra urla baritonali e archi che stridono, versi macabri, presenze inquietanti, folli peregrinazioni psichedeliche, trovano spazio pure ampie melodie corali (vedi l’apertura Rustling, three minutes in California, ecc.). Non mancano le marcette alla Jennifer Gentle (The First Years Of Bobby Bunny), o motivi di sapore country (che in Pink Clouds Over The Semipapero echeggiano proprio i Primus) per poi allungarsi in code acide degne di Monty Python. E non manca spazio per cose più indie (come 9V, Flaming Lips?). Insomma, positivi segni di apertura. Se deciderà di proseguire questa sana frequentazione con il pop potremo aspettarci il Pet Sounds italiano, vabbè, per dire… Ma per questo dovremo pazientare. Credo che Katarro stia ancora oliando gli ingranaggi. Tuttavia le promesse sono grandi e il ragazzo si farà (anche se sembra già… completamente fatto :D)

Rico

martedì 23 marzo 2010

Il primo disco dei Crookers. Si chiama "Tons of Friends"

Il made in italy più pregiato degli ultimi dieci anni viene dalla musica elettronica! Si chiamano Crookers. Chi li conosce saprà già tutto perché sono un culto, sono i migliori. Chi ancora no, vi mando qui, qui e ancora qui. Erano comunque quelli che qualche anno fa volevano solo “limonare limonare limonare”.. day ‘n nite! Individui che riescono a plasmare la merda del reggaeton in maxistecco pralinato, ad avvicinare in pista l'hipster e il tronista - che tanto ballerebbe lo stesso...
Dopo essere stati in bocca a tutti per più di un lustro senza manco aver schiacciato un long playing ecco ora abbiamo l’album dei Crookers. Habemus! Una bomba house di crossover con un fottio di ospiti internazionali, tons of friends appunto. Facciamo qualche nome? Soulwax, kelis, Roisin Murphy, Major Lazer, Kid Kudi. Tutta gente …che cconta! Qui sotto ce li godiamo con la voce insopportabile di Fabri Fibra.

rico

sabato 6 marzo 2010

Sotto osservazione: Vermillion Sands

C’è poco da osservare. Come anche nel caso dei Record’s di qualche post fa, i Vermillion Sands sono una realtà italiana ormai fatta. Sono trevigiani e suonano garage folk fico con tutti i vezzi del caso: fuzz, synth vecchi, tremoli, organi. Ma non dategli dello stupido revivalismo perchè si incazzerebbero, e a ragione. Lo fareste con i Black Lips?
Canta una lei, la cosciosa Anna Barattin. Finalmente una singer con personalità, cadenza punk slacker dalle riverberazioni totalmente sixties. È grazie ad Anna che i Vermillion spiccano nel mazzo dei garage rockers in maggioranza maschile della Alien Snatch records, etichetta berlinese dedita al genere già in possesso di Mojomatics e ora dei VS e del loro album omonimo. Ricordiamo a proposito che un loro singolo, In the Wood era uscito per Fat Possum, che è una label US moolto grossa!
Rock and roll tutt’altro che ingenuo, suonato da italian garagers che sanno il fatto loro. Da tenere sotto osservazione resta solo lei e le sue grazie. Il resto è da infilare nel cerume delle orecchie.

rico

sabato 20 febbraio 2010

SOTTO OSSERVAZIONE: the Record’s

Pronto il secondo albumo dei bresciani Record’s, De Fauna et Flora. Confermano e rilanciano dopo l’ep d’esordio e l’LP Money’s on Fire.
Versatili e camaleontici, si vede che macinano pop rock di ogni epoca e sorta. Hanno infatti provato a ingabbiarli più volte sotto etichette come “power pop” o “garage” o come band rock and roll anni ’50. Non gliene sta nessuna addosso perché l’attitudine è proprio quella indie di rimescolare quello che gli capita sul piatto senza particolari nostalgie. Ok Rodolfo è un pezzo che potrebbe essere chessò degli Zombies ma poi scendi nella tracklist e ti accorgi che non è la copia calligrafica l’intento che si sono prefissi e questo è seempre una cosa buona. Cioè potrebbero essere pure una band coeva ai Blur o, la sparo, ai Super Furry Animals, ma invece sono semplicemente una band che disprezza i confini. Di più, a sto giro tentano di deragliare proprio verso altre rotte distanti dall’indie rock (es. Panama Hat, Call of the Ice). Insomma se proprio dobbiamo inquadrarli, io li taggherei come pop rock. Metto l’accento sul pop, hanno delle melodie veramente gustose. Una su tutte, la ballata I love my family.
Passiamo alle bastonate ora. Li ho visti suonare l’anno scorso e un po’ mi delusero per l’esecuzione. La sensazione era quella di “scarsa convinzione”, che purtroppo non è necessariamente sinonimo di delicatezza. Stessa sensazione che trovo nel nuovo album. Non saprei spiegare bene. In parte è nella voce. Ma più in generale sarà nell’indecisione tra stare più dalla parte del rock o da quella del pop. Rischi che si corrono quando si disprezzano i confini di genere.
Con questo non voglio dire che soffrano di disturbi di personalità, ma è sempre meglio tenerli… sotto osservazione.
Lunedì alle 22 saranno con Tone e Brasi ospiti nella loro Room8 a Bologna, su Radioflo.it .
Il disco, invece, lo potete ancora ascoltare su rockit.

rico

venerdì 5 febbraio 2010

Post per Lucia Manca

Piccolo articolo per piccola canzone. Di Lucia Manca avevo sentito dire qualcosa, è una cantautrice delle mie parti, ma, trattandosi di musica italiana, avevo fatto una smorfia non proprio carina e avevo immaginato l'ennesimo seccante tentativo poetico in musica. Oggi ho aperto la posta elettronica e ci ho trovato l'invito ad ascoltare un suo pezzo "Ascolta lontano", ancora in lavorazione (si tratta di un rough mix) e che farà parte del suo prossimo disco. E lì è arrivata l'illuminazione. Melodie nordiche, chitarre in feedback e una voce pulita che mi ha fatto pensare a Emiliana Torrini. E anche le parole sono misurate, musicali, malinconiche (e t'ho fatto l'allitterazione), mai viziate da poeticismi. Devo ammettere che mi sono un po' emozionato e ho pensato che sarebbe stato un peccato non approfittare del blog per fare ammenda dei propri pregiudizi. Ora speriamo che l'ispirazione duri un disco intero e anche più.

Brasi